La nostra vita quotidiana è determinata quasi dappertutto da laboriosità e frenesia che lasciano poco tempo e calma per riconoscere ed apprezzare i veri valori e le vere bellezze della vita. La ricchezza dell'esistenza, tuttavia, è inesauribile e si rivela spesso nei particolari marginali o nelle percezioni considerate familiari e comuni. Così succede anche nelle rappresentazioni della natura di Livio Ceschin. Una calma indicibile è stesa sopra i paesaggi afferrati sulla lastra nelle sfumature più sottili con la bravura dei vecchi grandi maestri, rievocando Rembrandt, Tiepolo e Canaletto e riaccendendo la nostalgia della primordialità. 

Quei paesaggi non si schiudono passandoli. È necessario avventurarsi nella solitudine e nella tranquillità che essi emettono, poiché solo in questo modo riveleranno il loro vero carattere filosofico naturale. Boschetti poco penetrabili, lagune paludose, paesaggi fluviali con barche da pesca frantumate e disgregate, vedute di tenute abbandonate ed invase dalle piante, gruppetti singolari di alberi in luoghi remoti, ponti coperti di neve in paesaggi invernali gelati. Sono regioni isolate queste, quasi non toccate dall'urbanizzazione. Le testimonianze dell'uomo intrecciate  le ha già assorbite la natura di nuovo, ricoprendole con un velo d'oblio. A maggior ragione è che si sente il desiderio di tuffarsi in quel mondo e cercare le tracce del passato.

Misteriosi e mistici sembrano essere i Vecchi passaggi nell'omonima acquaforte del 1999. Un sentiero d'accesso con selci logorate e consumate porta ad una scalinata in rovina che conduce ad un fondo fittizio, incorniciata da un edificio diroccato. È da tanto che non batte più nessuno quel sentiero. Foglie morte in sfacelo, erba in rigoglio e roccia sfaldante ne ostruiscono l'accesso. Con perseveranza il rampicante ha preso possesso del muro, diventando parte della sua morbidità. Anche il vecchio albero nodoso, che sta dominando la tenuta da custode mostruoso ed i cui rami spogli ostacolano in parte il sentiero, sembra essere cresciuto dentro il vallo di difesa di una volta e diventato parte del tessuto suo. Attraverso un contrasto chiaroscuro quasi insuperabile tra il fogliame sul lato destro del muro e la zona inondata di luce sopra la scalinata, che sembra dissolversi, lo sguardo è trascinato suggestivamente verso il vortice della profondità. Quale può essere il segreto racchiuso da quel podere deserto? Con quant'acribia e quant'amore per il dettaglio Livio Ceschin conduce la puntasecca, animando così una pura piastra di metallo, lo potrà soltanto scoprire l'osservatore raffinato ed attento.

Come nell'opera succitata, il motivo principale spesso non riempie il foglio intero, ma sembra dissolversi verso i margini o verso lo sfondo, anzi sembra fondersi con il foglio stesso. Gli spazi, che ne risultano, Livio Ceschin non li usa soltanto per aumentare ed accentuare l'espressione del quadro, ma anche per coprire i margini con linee sporadiche semitrasparenti per farci nascere un altro livello della realtà e trasportare il motivo originale ad un nuovo contesto. Un altro stilema tutto suo è l'integrazione di frammenti calligrafici di parole e frasi, rievocando l'Ottocento, che danno al rappresentato una dimensione supplementare poetica, quasi lirica. In questo modo i paesaggi solitari ed abbandonati sembrano essere uno specchio di ricordi di un tempo in cui l'uomo era ancora presente ed ha formato la natura che ora ricopre il passato con tutta la sua forza e bellezza primordiale, riconciliando tutto.

Il segreto
del silenzio
di
Silke Krage
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