C'è un'incisione di Livio Ceschin che mi ha particolarmente colpito, fra le tante sue che sembrerebbero poter colpire ugualmente, non solo perché tutte sostenute dallo straordinario magistero tecnico su cui in tanti si sono già soffermati, più da veterano che da artista relativamente giovane, ma per la perfetta coerenza di poetica che le accomuna. Siccome credo che questa incisione possa essere di spunto sintomatico per valutazioni più complessive sull'arte di Ceschin, ne esporrò di seguito le ragioni per le quali la trovo così interessante.
Si tratta di un'acquaforte del 2001 concepita come un omaggio al fotografo più famoso del Novecento, HCB (Henri Cartier-Bresson), del quale viene riportata, con la calligrafia manuale di Ceschin, una frase in calce sulla parte inferiore dell'immagine, secondo una consuetudine per lui non rara. Sopra la frase, un ambiente paludoso che sembra dell'alto Adriatico, come spesso raffigurato da Ceschin, ripreso in una prospettiva ribassata e distesa in profondità, a volo d'uccello. In esso, piano e acquitrinoso, lussureggiante nella ricchezza della vegetazione intricata, emerge, quasi a mezza figura, un pescatore nei pressi di un ombrellone, intento al lancio della lenza da canna, mentre un altro, che deve avere già compiuto l'operazione, anch'egli presso un ombrellone, viene occultato da piante lacustri e canneti. Malgrado le diverse distanze da chi li guarda, sono così coordinati, questi pescatori, che l'uno potrebbe costituire lo stadio precedente di ciò che fa l'altro, e viceversa, come se si trattasse di una persona unica che viene rappresentata simultaneamente in due fasi differenti di una stessa azione (prima il lancio, poi la posta).
Perché la mia attenzione a questa immagine, piuttosto che a un'altra delle tante possibili di Ceschin, tutte ugualmente intense e struggenti? Per l'apparente contraddizione, pensando, istintivamente, che fra Ceschin e Cartier-Bresson non vi siano troppi punti di vicinanza. Il primo è artista legato a una nozione "lunga" del tempo, sia nell'individuazione dell'oggetto da rappresentare, sempre di natura, sia nella riflessione su di esso e nel processo di immedesimazione sentimentale che instaura con ciò che riproduce, come parte integrante di un tutto più vasto e rappresentativo, sia, ancora, nell'accurata trasposizione tecnica con cui si passa dal momento percettivo e riflessivo alla sua interpretazione nel fatto strettamente, materialmente artistico. Di questo tempo "lungo", necessariamente dilatato, già prima ancora che si giunga alla realizzazione manuale dell'opera, le immagini di Ceschin finiscono per essere il correlativo oggettivo, proponendo visioni che certamente ambiscono a superare i limiti della percezione istantanea, determinata dalla fugacità imprevedibile del momento, per rivolgere lo sguardo verso più stabili orizzonti di significato.
Tutto diverso sembrerebbe l'approccio di Cartier- Bresson, pittore mancato, artista per eccellenza del tempo "breve". Perché breve è il tempo tecnico del mezzo fotografico (l'inquadratura, lo scatto), se non altro rispetto alla manualità tradizionale di un artista straordinariamente accurato e meticoloso come Ceschin. Potrebbe essere meno breve se all'inquadratura e allo scatto si associassero anche lo sviluppo e la stampa fotografica, che per certi versi presentano qualche similitudine - il contatto con le sostanze acide - con la tecnica dell'incisione ad acquaforte. Ma lo sviluppo e la stampa esularono ben presto dalle competenze obbligatorie del fotografo, venendo delegati a tecnici specializzati. Così capitava anche a Cartier-Bresson, che pensava solo a scattare, e affidava i suoi negativi al celebre stampatore Gasman. Più ancora che nel tempo tecnico, però, la "brevità" di Cartier-Bresson va soprattutto riscontrata nel modo con cui si è messo costantemente in rapporto con il mondo, ovvero con ciò che di esso ha rappresentato, individuando per la fotografia uno specifico, come avrebbe detto Galvano della Volpe, che ha permesso di emanciparla dall'estetica delle arti nate prima dell'Ottocento. Cartier-Bresson è il teorico-pratico dell'istante come elemento essenziale e rivelatore, spesso sorprendente, di aspetti di realtà che non sarebbero altrimenti percepibili. Al fotografo spetta il compito di cogliere, nelle variegate e continuamente variabili manifestazioni del mondo, il
momento decisivo in cui l'attimo si fa epifania di un tutto più vasto e articolato, diventando esperienza esistenziale di conoscenza, pragmatica nella sua istintività, in modo quasi anti-intellettuale rispetto alle abitudini tradizionali dell'arte. "Fotografare è trattenere il respiro per captare la realtà che fugge: una gioia fisica e intellettuale", ha detto HCB, e ancora, "La fotografia non ha bisogno di testa, bastano un dito, un occhio e due gambe", "Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere".
Se non sapessimo che HCB si è trovato nella stessa palude dell'acquaforte di Ceschin, difficilmente ci saremmo immaginati che abbia rappresentato i pescatori in un modo simile al suo. Li avrebbe ripresi, probabilmente, l'uno nel momento di massimo sforzo della fiondata, magari con un'espressione curiosa del pescatore, l'altro in una possibile posa curiosa, per esempio, nel pieno di un pisolino pomeridiano. Non li avrebbe visti da lontano, sorvolandoli a volo d'uccello, ma li avrebbe braccati da vicino, in silenzio, senza dare nell'occhio, con la giusta attenzione a cogliere il
momento decisivo. Quei pescatori, che lanciano e poi attendono pazientemente che la preda venga a loro, godendosi i tempi lunghi della natura e della meditazione su di essa, possono simboleggiare benissimo il modo con cui Ceschin guarda all'arte e al mondo. Ci viene più difficile immaginare che lo possa fare anche con HCB, che abbiamo imparato a considerare come il fotografo dell'attimo per eccellenza, che infatti preferiva identificarsi con un arciere cacciatore, intento a seguire le prede, piuttosto che attenderle al varco, sempre pronto a sorprenderle, scoccando la freccia fatale.
Due visioni differenti, dunque, non coincidenti, anzi, separate da distanze ragguardevoli, come in fondo potrebbero fare capire anche le frasi in calce dell'incisione. Perché Ceschin ha voluto associarle? Ce lo spiega bene solo l'ultima di quelle frasi, svelando l'arcano: "L'essenziale sono la tensione e la meditazione, mai la rilassatezza". Possono essere diversi i metodi, e in effetti quelli di Ceschin e di HCB lo sono, possono essere diversi i tempi di preparazione e di assimilazione, ma non l'obiettivo che ci si propone. Che è quello di cogliere il mondo nella sua essenza, vitalistica, esistenziale, attraverso suoi
fragmenta, perché oltre l'uomo, o quanto meno l'artista, non sarebbe in grado di fare. Fragmenta che diventano simbolici del panta, secondo tempi brevi e istintivi nell'arciere HCB, secondo tempi più lunghi e riflessivi nel pescatore Ceschin, trovandoli in sottoboschi brumosi o in angoli dimenticati di giardino, in campagne assolate, in colline innevate o in barche arenate su uno stagno, secondo i percorsi già segnati dal paesaggismo romantico e tardo-romantico. Entrambi gli artisti, però, riescono in questo modo a spiegare l'irriducibile varietà del tutto, prospettando la possibilità che essa possa comunque ricadere sotto un unico significato, un unico alone di assoluto, ugualmente veritiero e lirico, valido per tutti. Perché la verità è la poesia del mondo, così come la poesia è la verità della vita, in un continuum indistinguibile di arte e filosofia.
Non è quindi solo per la tecnica sopraffina, capace di fornire una sintesi aggiornata di lezioni che da una parte rimandano ai Rinascimentali, in particolare ai nordici, dall'altra alla grafica giapponese, ma anche per la sensibilità naturalistica e l'intelligenza della sua proposta artistica, così efficacemente dimostrata a proposito dell'accostamento cercato con il massimo fotografo del secolo scorso, che dovremmo apprezzare Livio Ceschin da Pieve di Soligo, paese non più del solo Andrea Zanzotto.

Il pescatore e
 l'arciere.
Il tempo nell'arte di Livio Ceschin
di
Vittorio Sgarbi
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