Nel maggio del 2004 David Hockney era in Sicilia, dove ha ricevuto un premio e si è esposto stoicamente alle domande di giovani artisti palermitani. Circa quattrocento persone, tra studenti e professori dell'università e dell'Accademia dell'Arte si accalcavano nell'Aula Magna del Palazzo dello Steri. Qualcuno chiese se Hockney era felice che l'arte figurativa fosse diventata contemporanea di nuovo. Un applauso fragoroso accolse la sua risposta quiete, "Tutta l'arte è contemporanea".

Livio Ceschin è un artista contemporaneo i cui lavori a prima vista assomigliano alle opere dei vecchi grandi maestri. Non è il suo immaginario che sembra provenire da secoli passati, è la sua tecnica, la sua intensità e la sua dedizione. La nostra reazione immediata ad un'acquaforte di Ceschin è uno stupore incredulo del tipo "fermati e guarda". Vediamo migliaia di segni incisi a puntasecca e acquaforte e quasi quasi ci è difficile credere che essi siano  stati veramente fatti da un singolo uomo ad un banco di lavoro in un angolo di luce, mentre fuori il sole sorgeva e tramontava, sorgeva e tramontava … Nessuno ha la pazienza di fare questo, non nei nostri tempi almeno.

Minuscoli dettagli si rivelano pian piano, mentre entriamo nei livelli profondi di una fitta massa di alberi e fogliame ombroso. Troppo piccole per l'occhio da assorbirle, le incisioni indistinguibili si mescolano per creare una luce crepuscolare. I nostri occhi vanno a fondo della pagina. Nemmeno una di queste linee è la copia noiosa della sua vicina. Ceschin non è un artista da guardare da un treno in corsa a modo nostro consueto nelle gallerie; quelle immagini hanno bisogno di ore e di una poltrona.

Aveva 29 anni Ceschin quando ha cominciato ad imparare l'arte dell'incisione, copiando i vecchi grandi maestri - Rembrandt, Tiepolo, Canaletto e Pitteri  - ed i nuovi grandi maestri- Velly e Barbisan. Notate il peso preponderante di acquafortisti della sua terra, il Veneto. I vecchi grandi maestri gli hanno insegnato i segreti della trasformazione di china in ombra, di carta in luce, con lo staccato della puntasecca. I nuovi grandi maestri hanno stillato in lui la rara percezione che un paesaggio non deve essere pittoresco per avere un significato.

Jean-Pierre Velly, una figura germinale nell'incisione moderna dei paesaggi, ha parlato di motivi isolati - una foglia morta, dei fiammiferi, una bottiglia - che sono dei microcosmi del mondo intero, e di una tecnica in veste di tattica, non di obiettivo: "Calcoliamo in termini di ore, di chilometri, di anni luce - … di scale di misura, di parole con le quali uno si esprime, per cercare di definire al meglio possibile quello che si vuol dire … Tutto quell'allenamento tecnico non è mai uno scopo di per sé, come credono forse alcuni artisti. Anzi, cos'è quello che vogliamo dire dei millimetri, degli anni luce?"

Rodin aveva anticipato la risposta che Ceschin ha trovato da sé:
"Nella silhouette di alberi, nella linea di un orizzonte, i grandi pittori di paesaggi … i Corots … raffigurano pensieri, sorridenti o gravi, valorosi o melanconici, pacifici o appassionati, secondo la disposizione delle loro menti."

Il luogo stesso non incide o dipinge i quadri. La quiete innevata, che ci avvolge come un piumino, deriva da una programmazione rigorosa. Se guardiamo un paesaggio di Poussin o Claude o Corot, sappiamo di essere testimoni ad una visione di Arcadia che sta al di sotto dell'esperienza di un puro mortale. Noi siamo Actaeon, intrusi che entrano in scena inciampando. Ceschin, però, ci fa assaporare la memoria di luoghi che anche noi abbiamo percorsi - ci fa vedere con i suoi occhi le paludi aggrovigliate, le rive, i sentieri strozzati dalla neve e le strade infradiciate. Come i grandi romantici, Ceschin usa la natura per provocare le nostre emozioni. Occasionalmente, le panchine vuote e le terrazze con le foglie sparse assomigliano ai giardini abbandonati della Parigi d'Arget. L'originalità di Ceschin e la sua modestia soggiornano nella premessa che abbiamo fatto il viaggio con lui.

E Ceschin trova di più nella natura che la nostalgia dei
temps perdu. Lui descrive la relazione in maniera filosofica:

"Un fascino emana da quello che vediamo e sentiamo … Rovine ed artefatti acquistano il ruolo primordiale:  connettere l'uomo al suo ambiente, il passato al futuro, la memoria umana alla memoria della natura. Io credo che niente di profondo o durevole possa emergere senza i fondamenti della tradizione, poiché la tradizione rappresenta quello che ci lega alla nostra terra, alla nostra storia, alla nostra arte. Respingerla o negarla equivarrebbe a negare noi stessi, la nostra personalità ed i nostri valori."

Nella sua grande stampa, Nel silenzio dell'inverno (2000;550x690mm), la salita dell'artista gli ha portato ad una forra nascosta che suddivide la cima del monte in creste con coniferi e pini. Nessuno aveva mai battuto quel sentiero prima. I cespugli della boscaglia sono sepolti sotto la neve pesante.  Proviamo la gioia dei luoghi in alto, ma anche l'apprensione di essere soli. Il cielo è bianco, l'aria è calma e gelata.  Dobbiamo scegliere tra la discesa per la stretta forra scura o la continuazione della salita per le derive. Livio Ceschin è un uomo che ha spesso rischiato l'approccio dell'oscurità in territori non familiari - portandoci con sé.
Livio Ceschin
di
John T. Spike

"Il microcosmo ed il macrocosmo sono esattamente lo stesso. Non c'è nessuna differenza
tra una piccola infinità
ed una grande infinità."

Jean-Pierre Velly (1943-1990)